Azione urbana

8 maggio 2007
È un regalo [It’s a present]
Cristina Crippa e Cecilia Viganò
nessun documento video

Regalare qualcosa, un piccolo oggetto, solo per il piacere del donare.
Scegliere come luogo la metro di Milano, sulla quale le persone diventano spettatori involontari, seduti come in un teatro.
Affrontare il timore della gente, abituata a dover sempre dare qualcosa in cambio.

***

Pensieri:
Un signore con la coda lunga grigia ha aperto subito la mano e detto grazie. Stava leggendo, e appena sceso ci ha chiesto: “Perchè lo fate?”. Un campanello ad un indiano, una perlina ad una signora che poi sulla porta vuole delle monete in cambio. Un signore ebreo ci chede la direzione per Gioia [la direzione per la gioia?], gli regaliamo una conchiglia e ci promette che la porterà in Israele. Una signora ha detto: “Non capisco”, il ragazzo con la camicia bianca che mi guardava e che dice: “È, per me? Grazie!”. La ragazza dell’est che mi guardava con occhi malinconici…le ho regalato una perla. Tutti gli altri restii, spaventati si tiravano indietro. Forse siamo vestite troppo alternative e la gente pensa che siamo di qualche comunità di recupero e vogliamo qualcosa in cambio.
—> il vestito conta [purtroppo]
Le persone hanno barriere verso chi gli porge qualcosa, anche se all’apparenza gli sembra gratuito, temono che ci sia sempre qualcosa sotto. Effettivamente è così, camminando per strada a Milano si viene fermati spesso con richieste di ogni genere.
Mi sento osservata anche al di fuori del momento dell’azione, come se si capisse dalla nostra postura e dai nostri movimenti che non abbiamo una meta e quindi destiamo sospetto.
Viviamo lo spazio, lo percorriamo senza fretta, guardando le persone degli occhi. Questo destabilizza.
Scegliamo due “tipologie d’intervento”:
—>Lasciarsi guidare dall’intuito, scegliere con attenzione la persona a cui destinare l’azione e cosa regalarle
—>Forzarsi e puntare su una persona con cui non senti alcuna affinità e che sai quasi per certo che ti dirà di no [oggi hanno detto tutti “no”]
Notiamo che le persone si contagiano, se il primo della fila risponde un “no” spaventato, anche i vicini risponderanno allo stesso modo, spaventati.
Decidiamo di ricordarci di portare sempre con noi qualcosa da regalare, nella quotidianità.
Episodio particolare: [in metro]Due bambini, forse rom, uno tiene una lattina tagliata in mano, la’ltro passa freneticamente un pezzo di lattina sul braccio fino a tagliarsi. Qualcuno li guarda basito, qualcuno sorride (???). Noi li guardiamo a fondo. Non sappiamo cosa dire, è troppo forte quello che sta facendo il bambino, quasi come se stesse giocando con il suo corpo, ridacchiando. Gli porgo una ghianda con scritto “immagina”, la afferra subito, rapidamente, avidamente. Cri regala una biglia all’amico. gli dico di leggere bene. Ridacchiano mentre scendiamo, chissà cosa sarà successo dopo. Regalargli un gioco per cambiare gioco. Chissà poi se sapeva leggere, e forse “immagina” non era perfetto, ci voleva qualcosa di più concreto, che lo portasse via da quel gioco.

Azione urbana

8 maggio 2007
È un regalo [It’s a present]
Cristina Crippa e Cecilia Viganò
nessun documento video

Regalare qualcosa, un piccolo oggetto, solo per il piacere del donare.
Scegliere come luogo la metro di Milano, sulla quale le persone diventano spettatori involontari, seduti come in un teatro.
Affrontare il timore della gente, abituata a dover sempre dare qualcosa in cambio.

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Pensieri:
Un signore con la coda lunga grigia ha aperto subito la mano e detto grazie. Stava leggendo, e appena sceso ci ha chiesto: “Perchè lo fate?”. Un campanello ad un indiano, una perlina ad una signora che poi sulla porta vuole delle monete in cambio. Un signore ebreo ci chede la direzione per Gioia [la direzione per la gioia?], gli regaliamo una conchiglia e ci promette che la porterà in Israele. Una signora ha detto: “Non capisco”, il ragazzo con la camicia bianca che mi guardava e che dice: “È, per me? Grazie!”. La ragazza dell’est che mi guardava con occhi malinconici…le ho regalato una perla. Tutti gli altri restii, spaventati si tiravano indietro. Forse siamo vestite troppo alternative e la gente pensa che siamo di qualche comunità di recupero e vogliamo qualcosa in cambio.
—> il vestito conta [purtroppo]
Le persone hanno barriere verso chi gli porge qualcosa, anche se all’apparenza gli sembra gratuito, temono che ci sia sempre qualcosa sotto. Effettivamente è così, camminando per strada a Milano si viene fermati spesso con richieste di ogni genere.
Mi sento osservata anche al di fuori del momento dell’azione, come se si capisse dalla nostra postura e dai nostri movimenti che non abbiamo una meta e quindi destiamo sospetto.
Viviamo lo spazio, lo percorriamo senza fretta, guardando le persone degli occhi. Questo destabilizza.
Scegliamo due “tipologie d’intervento”:
—>Lasciarsi guidare dall’intuito, scegliere con attenzione la persona a cui destinare l’azione e cosa regalarle
—>Forzarsi e puntare su una persona con cui non senti alcuna affinità e che sai quasi per certo che ti dirà di no [oggi hanno detto tutti “no”]
Notiamo che le persone si contagiano, se il primo della fila risponde un “no” spaventato, anche i vicini risponderanno allo stesso modo, spaventati.
Decidiamo di ricordarci di portare sempre con noi qualcosa da regalare, nella quotidianità.
Episodio particolare: [in metro]Due bambini, forse rom, uno tiene una lattina tagliata in mano, la’ltro passa freneticamente un pezzo di lattina sul braccio fino a tagliarsi. Qualcuno li guarda basito, qualcuno sorride (???). Noi li guardiamo a fondo. Non sappiamo cosa dire, è troppo forte quello che sta facendo il bambino, quasi come se stesse giocando con il suo corpo, ridacchiando. Gli porgo una ghianda con scritto “immagina”, la afferra subito, rapidamente, avidamente. Cri regala una biglia all’amico. gli dico di leggere bene. Ridacchiano mentre scendiamo, chissà cosa sarà successo dopo. Regalargli un gioco per cambiare gioco. Chissà poi se sapeva leggere, e forse “immagina” non era perfetto, ci voleva qualcosa di più concreto, che lo portasse via da quel gioco.