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_ intervista 7am su frizzifrizzi.it

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_ un giorno di Dicembre con Cevì su ZELDA WAS A WRITER

_ articolo: INNESTARE su BIGODINO.IT

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_ recensione SEMINARIASOGNINTERRA su ziguline

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_ RECENSIONE _ L'Arena IL GIORNALE DI VERONA
Venerdì 29 Luglio 2011 SPETTACOLI Pagina 51
Suggestivo «Dizionario della polvere»

Gli spettatori della «prima» di Dizionario della polvere possono ringraziare l'incertezza del tempo. Assistere allo spettacolo, previsto per la Terrazza di Giulietta, sull'assito del teatro Nuovo, è emozione a sé stante. Paolo Valerio, regista del lavoro costruito attorno al testo di Alessandro Bertolini, ha spostato la messa in scena tra cordami e quinte del palcoscenico. Vista totale sulla platea e balconate illuminate dalle abat-jour. E vista ovviamente su Elena Giusti che davanti a un centinaio di spettatori comodamente seduti ha recitato l'intenso monologo di Bertolini. Dietro di lei un velare per la proiezione di disegni, acetati, grafie e segni di Cecilia Viganò. Illustrazioni che scandiscono come didascalie naif un testo semplice, chiaro e lineare. Attributo raro nei monologhi.
Bert! olini sceglie la strada del dizionario, meglio, dell'enciclopedia per micro capitoli semplici. Pensieri sparsi, «minima moralia». Pensieri lineari finalmente, forma maschile per contenuti dalla sensibilità femminile. Operazione Zen che ci ricorda quelle di Yoko Ono: fermarsi, entrare nelle pieghe del tempo: «Scollegarsi da tutto quello che è collegato per collegarsi al Tutto».
«Pianto», «lui», «passi» sono tra i titoli di una biografia sospesa, di un diario profondo. Frammenti di un discorso amoroso, parafrasando un altro celebre titolo. Frammenti che personificano il quotidiano e le sue piccole cose: una cornice, una lacrima, un ombrello, una scarpa che Elena Giusti usa per dare intimità e sobrietà al monologo. Dall'attenzione alle cose, guidati dal pianoforte suonato da Sabrina Reale, il testo scivola nell'indagine della relazione di coppia. Più a rischio di luoghi comuni, la parola di Bertolini! si salva quando il tempo rallenta e si ferma. Lo spazio circo! scritto della Giusti diventa un non-luogo accanto a un baule e il tempo del racconto un non-tempo per parlare ai disegni dello sfondo. Siamo su un palco, luogo della finzione. Sguardo rovesciato per rovesciare a nostra volta lo sguardo sul «femminile».

__ PUPI su VOGUE ACCESSORY (2011): QUI

__ Intervista su LIKEPICASSO :QUI:

__ Articolo su FRIZZIFRIZZI.IT :QUI:

__ Inter(s)vista su CENTOSTORIE.IT :QUI:

__ "Se (mi) trattieni"
a cura di Federica Boràgina
27.02.2010-28.03.2010 Studio Apeiron, Via Roma 47, Macherio

COMUNICATO STAMPA

Se (mi) trattieni... Ti racconto una storia.
Ci sono storie da raccontare, ombre da contemplare, linee da tracciare per poi seguirle lungo l'eterno gocciolare del tempo e, fra una goccia e l'altra, prima che evaporino, tentare di assaporarne il gusto. È un tempo cristallizzato quello che abbiamo l'opportunità di abitare davanti alle opere di Cecilia, poiché rimanda a quell'atmosfera opaca, a quell'umidità che appanna il vetro della mente quando sovvengono i ricordi, alla ritualità della manualità, all'attimo dell'ago che buca la stoffa per trovarsi oltre un limite da ri-attraversare immediatamente. È la pratica quotidiana, anche se ormai démodè, nell'era dell'immediatezza tecnologica, dell'annullamento delle distanze spazio-temporali, di ricordare: quel rovistare nelle tasche e nelle menti, conservare e custodire.
Ready made aiutati, narrazioni che richiamano atmosfere proustiane e l'arte francese degli anni Settanta. L'arte è memoria, così come lo è la vita.
“Coscienza vuol dire memoria” scrisse Bergson: l’Io non può esistere senza memoria di se stesso, quindi coscienza e memoria coincidono. Come nei sogni, così davanti a queste opere, per un momento, ci disinteressiamo del presente, nonostante esso rimanga segno della coscienza e siamo travolti da ricordi legati al passato. Tra il piano dell’azione e quello del rivolgimento al passato, del sogno, si determina un’infinita intersezione di piani intermedi e una continua e reciproca interazione.
Cecilia ha intrecciato arte e vita, con eco avanguardistico, ha scelto oggetti reali e funzionali, li ha spogliati della loro funzionalità e trasformati in grimaldelli, in scintille, in semi da cui nascono storie, come fiori. Quanto vivranno questi fiori?
"E come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno, come le rose ", delle rose rimangono le tracce, ricordi di matita. È una stratificazione di tempi e di spazi che qui si materializzano, un viaggio a ritroso nei labirinti della memoria genetica che abita i nostri corpi, della memoria polverosa delle nostre menti, della nostra porzione di stelle.
Cecilia ha la mano tesa verso chi osserva, vuole disperatamente condividere le sue trame di parole e disegni; ma, al tempo stesso, vuole parlare con se stessa, seppur fra parentesi, con discrezione.

Cecilia Viganò (1982) è nata e vive a Carate Brianza. Nel 2006 si è diplomata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) con una tesi dedicata al viaggio. La sua ricerca artistica ha gradualmente abbandonato la pittura per elaborare un linguaggio vario e articolato, comprendente installazioni, fotografia, illustrazione.

1 Henri Bergson, Materia e memoria. Saggio sulla relazione del corpo allo spirito, 1986
2 Fabrizio De André, La canzone di Marinella, 1964

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 Giornale di Carate 2013     
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 Seminaria sul Cittadino (2011)